Teatro Niccolini
18 Feb 2017 - 12 Mar 2017
Toni Servillo
da Elvire Jouvet 40
di Brigitte Jacques © Gallimard
traduzione Giuseppe Montesano
regia Toni Servillo
costumi Ortensia De Francesco
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi
e con Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri
foto di scena Fabio Esposito
produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa e Teatri Uniti
sede dello spettacolo Teatro Niccolini | Via Ricasoli, 3 - Firenze
Orari dal martedì al venerdì ore 21.00
sabato ore 19.00
domenica ore 16.45.
Riposo lunedì 20, 27 febbraio e 6 marzo

La durata dello spettacolo è di un'ora e 15 minuti, atto unico
Prezzi Intero
Platea / Palco I ordine 24€
Palco II e III ordine 20€

Ridotto OVER 60 / UNDER 26 / Soci Unicoop Firenze
Platea / Palco I ordine 21€
Palco II e III ordine 18€

Dal 18 febbraio al 12 marzo, in esclusiva regionale, Toni Servillo porta in scena Elvira al Teatro Niccolini di Firenze. Lo spettacolo, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e Teatri Uniti, nuovamente insieme dopo gli straordinari successi, anche internazionali, di Trilogia della villeggiatura e Le voci di dentro, rimane in scena nella sala di via Ricasoli per quasi un mese.

Dopo anni in cui le riflessioni sul teatro e sul lavoro d’attore di Louis Jouvet mi hanno fatto compagnia nell’affrontare repertori diversi, da Molière a Marivaux, da Eduardo a Goldoni – confessa Servillo – mi è parso necessario che arrivasse il momento di un incontro diretto”.

Toni Servillo si accosta da interprete e regista a Elvire Jouvet 40, testo in cui Brigitte Jaques trascrisse le Sette lezioni di Louis Jouvet a Claudia sulla seconda scena di Elvira nell’atto IV del “Don Giovanni” di Molière – affrontandolo nella nuova traduzione commissionata a Giuseppe Montesano e avendo accanto tre giovani interpreti: Petra Valentini, nel ruolo di Elvira, Francesco Marino e Davide Cirri, che incarnano il futuro nella vitale trasmissione di sapere fra le generazioni.

Trent’anni dopo Strehler, che diresse Elvira, o la passione teatrale nella stagione 1986/87, con Toni Servillo le riflessioni di Jouvet sul teatro e sul personaggio ritrovano nuovamente la stessa stringente attualità.

Un apologo del teatro, del mestiere dell’attore e della sua missione civile, con il solo sostegno del corpo, della voce e della presenza degli attori, che svelano le alte parole, le sofferte meditazioni e il severo rigore di un maestro del teatro come il francese Louis Jouvet. Perché il pubblico conosca la fatica, il dolore, la tensione che si provano affrontando il palcoscenico, in definitiva la segreta realtà di questi sempre imperfetti messaggeri di poesia e verità.

Al Teatro Niccolini di Firenze, da sabato 18 febbraio a domenica 12 marzo, Toni Servillo presenta in esclusiva regionale Elvira da Elvire Jouvet 40 in cui Brigitte Jacques trascrisse le Sette lezioni di Louis Jouvet a Claudia sulla seconda scena di Elvira nell’atto IV del “Don Giovanni” di Molière tenute nel da febbraio a settembre 1940: un faccia a faccia tra il maestro e una sua allieva, Claudia, chiamata a recitare l’intenso e difficile ruolo di Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, il momento in cui la donna cerca la salvezza per il suo antico amante. L’attore e regista napoletano, accompagnato sul palco dai giovani Petra Valentini (Claudia/Elvira), Francesco Marino (Octave/Don Giovanni) e Davide Cirri (Lèon/Sganarello), interpreta Louis Jouvet. Il testo, caro alla storia del Piccolo Teatro di Milano, che produce lo spettacolo insieme a Teatri Uniti, fu messo in scena da Giorgio Strehler con Giulia Lazzarini nella stagione 1986/87 con il titolo Elvira, o la passione teatrale.

“Elvira porta il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio, con un maestro e un’allieva impegnati – afferma Toni Servillo – in un particolare momento di una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio. Un’altra occasione felice, offerta dalle prove quotidiane del monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, consiste nell’opportunità di assistere a una relazione maieutica che si trasforma in scambio dialettico, perché il personaggio è per entrambi un territorio sconosciuto nel quale si avventurano spinti dalla necessità ossessiva della scoperta”.

Siamo quindi di fronte a un’occasione importante per dimostrare, soprattutto ai giovani, la nobiltà del mestiere di recitare, che rischia di essere svilito in questi tempi confusi. Elvira avvolge lo spettatore in un silenzio pervasivo in cui fa risuonare le parole, messe in luce dall’incisiva traduzione di Giuseppe Montesano e scandite da una cronologia precisa che fa susseguire le date delle lezioni, in cui si affrontano il maestro-regista e l’allieva, Jouvet-personaggio e Claudia, nella finzione, ma anche Jouvet e Paula Dehelly, questo il nome reale di Claudia, nella dimensione storica. Ed è nella storia e nella vita che sconfina il teatro, campo d’azione che non si limita al palcoscenico, ma lo travalica per entrare in platea, luogo del regista, in fase di creazione sulla materia viva dell’attore, e del pubblico, anch’esso, in qualche misura, regista e giudice dell’attore. Un pubblico in grado di intuire se l’interprete è capace di accedere alla ribalta, di spingersi oltre la linea di confine, oltre il recinto dell’esecuzione costruita unicamente sulla tecnica.

Louis Jouvet formula a proposito dell’attore la famosa distinzione comédien/acteur” – interviene Toni Servillo – e dice precisamente: “il comédien è, per così dire, il mandatario del personaggio, mentre l’acteur delega se stesso personalmente. Il comédien esiste grazie allo sforzo, alla disciplina interiore, a una regola di vita dei suoi pensieri, del suo corpo. Il suo lavoro si basa su una modestia particolare, un annullarsi di cui l’acteur non ha bisogno. Trovo il complesso delle riflessioni di Jouvet particolarmente valido oggi per parlare soprattutto ai giovani del mestiere d’attore”.

Le parole di Jouvet, raccolte dalla Jaques, hanno una forza dirompente, una dignità tale da fissarsi nella mente di chi le ascolta, lasciando meravigliati e commossi. Concorrono a assecondare l’energia dello spettacolo i costumi di Ortensia De Francesco e le luci di Pasquale Mari, presenze distintive, ma discrete e silenti, al solo fine di sottolineare gli insegnamenti di Jouvet sui corpi di chi recita e di chi osserva. I tre giovani ragazzi, sempre solidali tra loro, anche nei momenti di sconforto di Claudia che avverte se stessa come inadatta al personaggio, ascoltano con vigile attenzione il severo, ironico, tanto puntuale quanto appassionato maestro, pronto a confidare e consegnare a loro i suoi segreti. Non c’è morale assoluta, non c’è severità nozionistica, ognuno impara dall’altro, e in una sincera trasmissione di idee e di affetti è anche Jouvet che talvolta va incontro alla sua allieva.

Poi, di nuovo, la vita irrompe in teatro. La Seconda Guerra Mondiale con i suoi bombardamenti (il suono è di Daghi Rondanini) fa eco in teatro, nella sala dell’accademia parigina dove sono in corso le lezioni, costringendo Claudia ad allontanarsi dalla città, in quanto ebrea, e facendo maturare in Louis Jouvet l’idea di partire volontario in esilio, per non incorrere nella censura nazista e nelle brutture della guerra. Ma il seme del futuro è già stato gettato nella vitale trasmissione di sapere fra le generazioni.

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