Teatro Niccolini
11 Nov 2016 - 16 Nov 2016
Alluvione. 50 anni dopo
di Alberto Severi
con Marco Zannoni
scene Emiliano Gisolfi
costumi Elena Bianchini
regia Lorenzo Degl’Innocenti
foto di scena Filippo Manzini
produzione Fondazione Teatro della Toscana
sede dello spettacolo Teatro Niccolini | Via Ricasoli, 3 - Firenze
Orari 21.00, domenica ore 16.45.
La durata dello spettacolo è di un'ora e 10 minuti, senza intervallo.
Prezzi Intero
Platea / Palco I° ordine 15€
Palco II° e III° ordine 12€

Ridotti
Platea / Palco I° ordine 13€
Palco II° e III° ordine 10€

Riduzioni
Over 60, Under 26, soci UniCoop Firenze, abbonati Teatro della Toscana, possessori di Teatro della ToscanaCard

PRIMA NAZIONALE

A 50 anni dal ’66, il giornalista e drammaturgo Alberto Severi riflette sull’alluvione che arrivò Fincostassù, al massimo di 13 metri sul livello stradale di Firenze.

Una sorta di spartito a più voci per attore solo, trascinato a testimoniare le varie fasi della catastrofe, assumendo di volta in volta l’identità di traghettatore beone o di sommesso eroe dell’acquedotto, di acida bottegaia o di cacciatore spaccone, di pittore dongiovanni o di pretino di curia, di rigattiere filosofo o di ciarliera moglie dell’orefice di Ponte Vecchio.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

Trama

“Fin costassù” è arrivata l’acqua d’Arno nel 1333, nel 1844, nel 1966…

I fiorentini a volte sembrano indicare quasi con orgoglio, ai “forestieri”, le lapidi apposte sui muri del centro storico, a segnare il livello raggiunto dalle acque limacciose del fiume in occasione delle alluvioni che hanno devastato Firenze nel corso dei secoli.

L’espressione semi-dialettale diventa qui il titolo, e il pretesto, per una sorta di spartito a più voci per attore solo: dove una sorta di proteiforme personaggio collettivo, trascinato suo malgrado dal bozzetto vernacolare al dramma a fosche tinte, viene chiamato dagli eventi a testimoniare le varie fasi della catastrofe, assumendo di volta in volta l’identità di traghettatore beone o di sommesso eroe dell’acquedotto, di acida bottegaia o di cacciatore spaccone, di pittore dongiovanni o di pretino di curia, di rigattiere filosofo o di ciarliera moglie dell’orefice di Ponte Vecchio. Il vernacolo con i suoi stereotipi, insomma, travolto e tuttavia ancora galleggiante nella Tragedia. Almeno mezzo secolo fa, nel 1966.

Fluisce, si ingorga e tracima, così, a imitazione dell’Arno in piena, una teoria di figure e vicende ora tragiche, ora comiche – e spesso tragicomiche –, per raccontare il diluvio come in diretta, a distanza di mezzo secolo, passandosi il testimone della narrazione-rappresentazione. Fino allo struggente finale affidato al personaggio di Angela, l’angelo del fango, con le sue limpide lacrime riparatrici, e al controcanto ironico di Polvere, il cenciaolo-filosofo che di Firenze rappresentava, già a metà del ventesimo secolo, l’estrema, dimessa incarnazione.

Note di regia

Prima di comprendere il significato, se ne percepisce il suono. Fincostassù quindi suona, anzi, è suonato da una piccola e disperata orchestrina che affannosamente cerca non essere sovrastata dal fragore della catastrofe. Ogni personaggio è uno strumento che interpreta il proprio sgomento davanti al fiume di fango che, a qualcuno divora tutto, ricordi, certezze, ricchezza e ad altri regala illusioni, speranze e umanità.

Il testo di Severi racconta l’alluvione prima, durante e dopo, con le domande che restano sospese come i segni sui muri delle case, con i forse, i se, con le ipotesi, i dubbi e soprattutto con quel reagire tipico della nostra gente, carico di ironia feroce, che fa dei fiorentini un popolo a sé.

In una lotta/danza con il suono, la luce e la materia che incombono, Marco Zannoni, attore dai mille registri, che riesce a coniugare la forza del dialetto con il più raffinato surrealismo, è l’interprete ideale di questa tragicomica suite teatrale.”

Lorenzo Degl’Innocenti

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