IL PADRE

23 Gen 2018 - 23 Mar 2018
Gabriele Lavia
di Johan August Strindberg
con Federica Di Martino
e con Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari, Luca Pedron
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
regia Gabriele Lavia
produzione Fondazione Teatro della Toscana
foto Filippo Manzini

TOURNÉE

Roma Teatro Quirino 23/1 – 4/2/2018
Bologna Arena del Sole 8 – 11/2/2018
Milano Teatro dell’Elfo 15 – 25/2/2018
Torino Teatro Carignano 27/2 – 11/3/2018
Genova Teatro della Corte 13 – 18/3/2018
Udine Teatro Nuovo 21 – 23/3/2018

Dopo Pirandello e Brecht, Gabriele Lavia si confronta con lo Strindberg de Il Padre.
La casa, la famiglia, la resa dei conti, motivi simbolici costantemente presenti nell’opera strindberghiana, vengono qui portati a un confronto ultimativo, che si impone con la lucidità dell’allucinazione. Una partita inesorabile di dare e avere, dove ogni segno sposta la bilancia di una macchinosa contabilità cosmica.
Lo spettacolo ha la capacità di passare fulmineamente attraverso forme nuove, senza soffermarsi, portato da una passione che guarda oltre la scena, preoccupato di sgombrare lo spazio per una sola risposta, impossibile e sempre latente: il terribile risveglio di un universo di sonnambuli.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

Note di regia

“Strindberg scrive la tragedia Il padre nel gennaio-febbraio 1887. La ‘prima’ sarà a Copenaghen il 14 novembre 1887. Pieno inverno. Freddo. Neve. Come dice lo stesso autore, l’opera viene scritta «…nella patriarcale e virile Baviera…» dopo aver lasciato «…la matriarcale e molle Svizzera…». Pochi mesi prima, nell’agosto del 1887, la ‘pièce’ che dichiara di aver composto «con un’accetta e non con la penna» viene fatta leggere a Emile Zola che si dice «profondamente interessato». L’amico Nietzsche definirà l’opera un «capolavoro di dura psicologia». 
L’azione di quest’opera è tutta interiore e stretta nella morsa tragica dell’unità di tempo, luogo e azione nella quale ‘deve’ essere compiuto il ‘delitto perfetto’: l’omicidio psichico. 
Deve essere questa la ragione per cui Ibsen rimase scosso dal Padre che – pare – lo abbia ispirato per il suo John Gabriel Borkman.
L’intreccio del Padre è semplicissimo. Un ‘marito’ sospetta che la ‘moglie’ lo abbia ‘tradito’ e che la ‘figlia’ sia figlia di un ‘altro’. Marito, moglie, figlia e…l’altro. Un intreccio, diciamolo pure, banale, che nelle mani di Strindberg diventa un ‘abisso’. O, meglio, il precipitare nell’abisso della perdita di ogni ‘certezza ontologica’ dello statuto virile della paternità e l’avvento della condizione di ‘incertezza dell’essere’ dell’uomo che, dunque, deve fare i conti con la ‘cultura’, la ‘storia’ e addirittura (poiché Strindberg scrive una tragedia classica) col ‘mito’.
Siamo alla fine dell’Ottocento e, quindi, ci si muove in un ambito nel quale, ancora, non è possibile scientificamente ‘provare’ con ‘certezza’ la ‘paternità certa’ di un uomo. Solo la madre è certa. Il padre non è certo. Così il Capitano. Il Padre, cioè l’Uomo del Comando, privato di ogni ‘certezza’ è condannato a soccombere di fronte alla Donna che è più forte, perché ha la ‘certezza dell’essere’. La certezza dell’Essere contro l’incertezza del Non Essere. E se l’Essere Uomo diventa ‘non essere’, diventa proprio come Amleto, follia.
Ma è proprio nel ‘precipitare nella follia’ che il Capitano Adolf riesce ad affondare il suo ‘caso banale’ di sospetto di ‘corna’ nell’abisso della storia dell’Uomo, fino al mito di Ercole (salvatore del mondo) e di Onfale (la grande de-virilizzatrice) che si scambiano i vestiti. Cosicché l’Uomo diventa Donna e la Donna diventa Uomo. Onfale con l’inganno s’impossessò della clava di Ercole e della sua pelle di leone, simboli della virilità e della forza. Ed Ercole, ingannato, indossò le vesti della bellissima Onfale, simboli della fragilità e dell’Obbedienza. Il nostro Capitano, privato del potere economico e interdetto, impazzito e stretto nel vestito dei ‘pazzi’ (la camicia di forza), indosserà simbolicamente lo scialle profumato della moglie in una vertiginosa proiezione del ‘mito’.
Il nostro spettacolo precipita l’azione dentro una vertigine di velluto rosso sangue dove il ‘quieto’ salotto familiare comincia ad ‘affondare’ nel naufragio di ogni certezza. È il naufragio del mondo e della storia. Ma forse la ‘vita’ non è altro che un ‘naufragio’.” 

Gabriele Lavia