LA SERATA A COLONO

Carlo Cecchi, Antonia Truppo, Angelica Ippolito
19 Mar 2013 - 24 Mar 2013
di Elsa Morante
Con Giovanni Calcagno, Victor Capello, Salvatore Caruso, Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, Giovanni Ludeno, Rino Marino, Paolo Musio, Totò Onnis, Franco Ravera Francesco De Giorgi (tastierista), Andrea Toselli (percussionista)
Scene Mario Martone
Costumi Ursula Patzak
Musiche Nicola Piovani
Suono Hubert Westkemper
Disegno luci Pasquale Mari
Fondale Sergio Tramonti
Regia Mario Martone
Aiuto regia Paola Rota
Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino / Associazione Teatro di Roma / Teatro Stabile delle Marche

«In una corsia d’ospedale degli anni ’60 due portantini depositano una barella su cui giace un vecchio ricoverato d’urgenza con occhi avvolti da garze insanguinate. È un accattone ex proprietario di radici contadine, vedovo con quattro figli, affetto da mitomanie epico-classiche, soggetto a squilibri, sorvegliato con devozione da una figlia quattordicenne zingarella che ha accenti forastici del basso Lazio, e che reca i segni dolci “delle creature di mente un poco tardiva”.

Lei è Antigone. Lui è la reincarnazione di un Edipo trasandato, logorroico, nomade e sfregiato, accolto in un reparto Neuro-deliri dove stazionano tre guardiani, un dottore-Teseo e una suora-Ismene. La tragedia sofoclea Edipo a Colono, ovvero il concludersi del lungo e tormentato esodo di un sovrano parricida e incestuoso, è, in questa Serata a Colono, un calvario rivissuto oggi con scabri accenti misti a deliri d’alta e remota nobiltà violata, con l’Edipo attuale pervaso da un dolore furioso, affetto da miraggi.

La trepida pietà letteraria di Elsa Morante somatizza nel Coro dei ricoverati, e nei dialoghi, citazioni da discorsi politici e militari, da canti atzechi, da un blues di forzati, dall’Inno dei Morti ebraico, dalla Bibbia, dai Veda, da Allen Ginsberg, da Hölderlin. Nel contesto di quello sciatto pronto soccorso medico e di echi invece ispirati e mitici, l’Edipo cieco assurto a nostro contemporaneo, reduce da chilometri e chilometri di pellegrinaggio, senza pace come da profezia, reclama-declama d’aver “visto” l’inanità di grattacieli di vetro, di navi lunari e di Hiroshima, e non sa più se la città della peste, se la peste ontologica che spande angoscia, sia “conseguenza dell’infamia, o sua causa, o suo pretesto, o un suo sogno”».
Rodolfo Di Giammarco

Spettacoli ore 20.45 – domenica ore 15.45