23/28 febbraio 2010


Teatro Stabile di Calabria
GEPPY GLEIJESES
DITEGLI SEMPRE DI SI

di Eduardo De Filippo






con Gennaro Cannavacciuolo, Lorenzo Gleijeses
con la partecipazione di Gigi De Luca

con Felicia Del Prete, Gino De Luca, Antonio Ferrante, Gina Perna, Laura Amalfi,
Ferruccio Ferrante, Stefano Ariota

scene Paolo Calafiore
costumi Gabriella Campagna
light designer Luigi Ascione

musiche a cura di Matteo D'Amico

regia Geppy Gleijeses


durata: due ore e 20 minuti circa compreso un intervallo



L'unicità assoluta che troviamo in questo piccolo capolavoro che è Ditegli sempre di sì è che Michele Murri, il protagonista, è un pazzo vero. Pirandello usava, e Eduardo lo sapeva bene, la pazzia, come strumento suggerito o usato dal protagonista per lavare l'onta e la vergogna del tradimento (Il berretto a sonagli), per rifugiarsi nel proprio microcosmo, impermeabili alle tempeste dei sentimenti e alle sofferenze della vita (Enrico IV) o per insinuare il dubbio, un dubbio fatale e corrosivo (Così è, se vi pare). Gli altri riferimenti eduardiani erano sè stesso e la tradizione sancarliniana. Nelle 99 disgrazie di Pulcinella, di Pasquale Altavilla, poi di Carlo Guarini (io l'interpretai nel '74), la maschera finisce in mezzo ai pazzi di un manicomio e ne Il medico dei pazzi Scarpetta pone a confronto un ingenuo campagnolo con i clienti di un albergo che con il loro strano comportamento lo inducono a crederli pazzi. E soprattutto la pazzia è utilizzata per sfuggire al castigo della legge o al giudizio della Società in Uomo e galantuomo il primo dei grandi testi eduardiani (1922).

Ma qui ci troviamo davanti a un pazzo vero. La circostanza è dolorosa, fertile, straniante, esilarante e pericolosa. Eduardo lo sapeva bene: affrontare la malattia mettendoci le mani dentro come autore e come attore era una grande occasione e una scommessa. Non a caso tra modifiche, ripensamenti, variazioni linguistiche e semantiche, ritroviamo più di dieci versioni, molto o a volte poco diverse tra loro.

Esiste in natura la pazzia di Michele Murri? Sì. La mia amica psichiatra, Angela Colucci, la definisce una sindrome ossessiva derivata dall'assenza del "simbolico". Michele per rimanere agganciato a quella realtà che gli sfugge da ogni lato rifiuta la metafora, la parafrasi, l'allegoria: le parole devono corrispondere a un dato reale, a situazioni esistenti. Se un personaggio gli dice: "sono morto", egli invia subito al fratello un telegramma di condoglianze, se una fanciulla non ha nè padre nè madre (è orfana) Michele si domanda "e chi l'ha fatta?", se Luigi Strada finge di mostrargli soldi che non esistono, lui li vede subito materializzati. Michele ci fa ridere tanto, ma noi ridiamo di una "vera disgrazia". E lo straniamento derivante dalla sua diversità, nella mia interpretazione diventa tic linguistico, non balbuzie, ma disco rotto o incantato, ripetizione ossessiva, inspirazione angosciante, non fissata a copione ma disseminata in modo jazzistico, quasi a ricordare che il linguaggio di un folle rispecchia la sua angoscia e la sua sofferenza.

Tutto ciò avviene in un contesto storico di normalizzazione essenziale per la dittatura fascista che rifiutava ed emarginava il diverso. Il "fool" non è più vicino a Dio, è solo un pericolo, da chiudere in un manicomio o nel dolore di una casa e nella vergogna di una famiglia. Eduardo era sensibilissimo ai contesti sociali in cui scriveva: quando nel '75 io misi in scena ed interpretai Chi è cchiù felice 'e me!, instradandomi registicamente (ero un ragazzo di 19 anni baciato dalla grazia della sua attenzione) egli mi rivelò: "guardate che nel '32 c'era in nuce una vera rivoluzione femminile e Chi è cchiù felice 'e me! ne è il ritratto". Come non agganciare allora Ditegli sempre di sì al contesto storico in cui vide la luce? Tanto più se Eduardo in quegli anni, costretto ad annunciare alla fine di una recita la nascita dell'Impero, riferendosi al duce, raccomanda al pubblico: "Ditegli sempre di sì"!?