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2/7
febbraio 2010
Teatro Stabile della Sardegna
Diablogues
ENZO VETRANO
STEFANO RANDISI
PENSACI, GIACOMINO!
di Luigi Pirandello
con Eleonora Giua, Giuliano Brunazzi,
Giovanni Moschella, Margherita Smedile,
Ester Cucinotti, Antonio Lo Presti, Francesco Pennacchia
scene Marc'Antonio
Brandolini
costumi
Luciana Fornasari
luci
Maurizio Viani
regia
Enzo Vetrano e Stefano
Randisi
durata:
due ore compreso un intervallo
“Un lavoro audacissimo”. Così Pirandello
descrive al figlio Pensaci, Giacomino!, la commedia scritta per
Angelo Musco, che ci fa divertire nel guardare da vicino legami familiari
paradossali e tumultuose relazioni con un perbenismo di facciata.
Audacissimo è infatti l’intreccio che fin dalla stesura dell’omonima
novella da cui il testo teatrale prende spunto crea scalpore tra i lettori
del Corriere della Sera, su cui era stata pubblicata nel 1910: Agostino
Toti, vecchio professore di liceo anticonformista ante litteram dichiara
la sua intenzione di “vendicarsi” contro il governo che lo
ha costretto a una vita solitaria a causa di uno stipendio da fame, sposando
una ragazzina giovanissima che beneficerà a vita della pensione
che lo Stato sarà costretto a versarle in quanto sua vedova. Il
caso di Lillina, figlia del bidello della sua scuola, messa incinta da
Giacomino Delisi, un suo ex alunno, e adesso cacciata di casa dai genitori
gli offre la possibilità di realizzare il suo piano.
Per qualche anno il professore permette alla giovane moglie e al suo amante
di incontrarsi nella sua casa, fa da nonno al bimbo nato dalla loro relazione,
e trova anche un posto in banca a Giacomino, beandosi della felicità
conquistata con questa inattesa famiglia e ostentando indifferenza per
le reazioni scandalizzate della gente di fronte a un inequivocabile, inaccettabile
menage à trois. Ad un certo punto però, Giacomino comincia
a disertare la casa del professore e la giovane madre è annientata
dal dolore. Agostino Toti ne cerca il motivo, e scopre che la sorella
di lui, con la complicità di un prete viscido e indegno, lo ha
fatto fidanzare a una “giovine orfana e perbene” al fine di
liberarlo da questa condizione immorale.
Con la determinazione di un paladino della giustizia e della vera moralità
si precipita da Giacomino e riesce a riportarlo a casa sua dopo averlo
minacciato, implorato e infine commosso con il richiamo alla paternità
e all’amore di Lillina.
Commedia morale dunque, umoristica ma anche grottesca, con un personaggio
che sembra voler affrontare l’ipocrisia del mondo senza la maschera
di un ruolo sociale, quello di marito, perché di questo ruolo si
libera subito, dichiarando di non volerlo essere. Ma a guardar bene…
“Tu sarai la mia figliola, la mia figliola bella”
Con queste parole si chiude il primo atto, e per tutto il secondo e il
terzo da padre si comporta con lei, e anche con l’amante di lei,
Giacomino. Ma questa famiglia aperta, trasgressiva, sui generis, vissuta
come un’offesa da tutta la comunità civile, acquista nella
mente del Professore una valenza etica che va protetta e difesa con tutte
le forze e così, fatalmente, come in un gioco di scatole cinesi,
la “non famiglia” viene intrappolata nella stessa idea claustrofobica
di famiglia, e i suoi componenti soggiogati a meccanismi di compressione
e prepotenza.
Attraverso questo testo apparentemente comico e irriverente la nostra
attenzione si può focalizzare allora sulla famiglia e sugli squilibri
che possono esplodere al suo interno, scaraventandoci in un’attualità
drammatica e agghiacciante, che ci coinvolge tutti e ci fa riflettere
sugli aspetti diametralmente opposti della violenza e del rispetto.
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