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16/21
marzo 2010
La Contemporanea/ FMN s.r.l.
in collaborazione con Asti Teatro 30 e Fondazione Fellini
MASSIMO VENTURIELLO E TOSCA
LA STRADA
di Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi
Dramma con musiche tratto dal film di Federico Fellini
musiche Germano Mazzocchetti
Testi delle canzoni Nicola Fano
e Massimo Venturiello
con Camillo Grassi
e
con Franco Silvestri, Barbara Corradini, Gabriella Zanchi,
Dario Ciotoli, Chiara Di Bari
scene
Alessandro Chiti
costumi Sabrina Chiocchio
coreografie
Fabrizio Angelini
disegno
luci Iuraj Saleri
regia
Massimo Venturiello
durata: 2 ore e 20 minuti circa compreso un intervallo
In una rivista di tanti anni fa, che mi è capitata
sotto mano, ho letto che negli anni 40 Fellini, in giro per l’Italia,
al seguito di una compagnia di varietà per la quale lavorava, una
notte, vedendo una coppia di zingari, che nel più assoluto silenzio,
se ne andava in una strada di campagna col proprio carretto (l’uomo
tirandolo con una fune e la donna spingendolo da dietro) cominciò
a seguirli, a distanza, senza nemmeno sapere perchè.
Di li a poco si fermarono e Fellini si appostò a spiare.
Il silenzio tra i due regnava sovrano. Accesero un fuoco, la donna cucinò
qualcosa, poi mangiarono e subito dopo ripartirono, il tutto senza proferire
una sola parola …
Fu proprio quel silenzio che diede l’input al regista per la realizzazione
di quel grande capolavoro che è La Strada.
Fellini rubò il silenzio di quei due zingari e se lo portò
nel suo film facendolo diventare il protagonista assoluto e ancora oggi,
a distanza di un cinquantina d’anni, quel silenzio, ci costringe
a un ascolto al quale non siamo più abituati e ci racconta tanto.
Tra Zampanò e Gelsomina non c’è dialogo, ma solo una
serie infinita di domande e risposte mancate. Il filo conduttore della
loro storia umana, del loro breve tragico viaggio è proprio il
‘non detto’. Ecco quindi che attraverso quanto non riescono
a dirsi, scopriamo tutta la disperazione della loro condizione.
La diffidenza, il cinismo, l’incomunicabilità, sono la colonna
sonora della loro esistenza ‘bassa’, ai margini della società
e della civiltà, ma sono anche il suono della vita di tanti come
loro, che ancora oggi troviamo nelle fogne delle nostre metropoli, vicinissimi
a noi eppure così lontani, da non essere visti, o meglio da essere
ignorati, rifiutati, maltrattati e allontanati.
‘La strada’ di cui parla Fellini è dietro l’angolo
di casa nostra, magari sotto un ponte o dietro una stazione, ecco perché
questo film ci colpisce ancora, ecco perché ci emoziona ancora
la povera Gelsomina, quando viene abbandonata, o il terribile Zampanò,
quando piange ubriaco, sulla sabbia, guardando le stelle.
Ho voluto mettere in scena questa vicenda, quanto mai attuale, con umiltà
e rispetto assoluto nei confronti del grande film, confortato dal fatto
che la drammaturgia di Pinelli e Zapponi, pur conservando in parte i dialoghi
originari, contiene una propria peculiarità, una propria poetica
squisitamente teatrale e confortato anche dall’intervento del maestro
Germano Mazzocchetti, che con una dozzina di inediti brani cantati e una
partitura musicale creata per l’occasione ci porta necessariamente
altrove, spostando l’intera operazione verso un genere diverso,
di difficile definizione.
Il viaggio dei due protagonisti viene raccontato e cantato da un gruppo
di circensi che interagisce con l’azione scenica per ‘mostrare’
brechtianamente (non a caso la citazione: ‘Mostra i denti Zampanò’)
il tragico accadimento, in modo da stimolarne una riflessione.
Intorno a me e a Tosca, rispettivamente Zampanò e Gelsomina, ruota
un’umanità altrettanto degradata e marginale, cinica, diffidente
e povera. Dalla madre di Gelsomina che incontriamo all’inizio, alla
ragazza che per ultima parlerà con Zampanò, tutti, compreso
i componenti dello scalcinato circo diretto dallo zingaro Fiore, compreso
il funambolo (il Matto), sono personaggi motivati soprattutto dalla fame.
Un miserabile microcosmo che si muove in un’atmosfera irreale, sottolineata
dalla scena astratta e materica di Alessandro Chiti e dai costumi ‘visionari’
di Sabrina Chiocchio, come in una favola dolorosa che con leggerezza si
propone di scuotere pesantemente la nostra attenzione.
Dedichiamo
questo spettacolo ai ‘randagi’ che abitano la strada.
Massimo
Venturiello
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